Da sinistra a destra sono rappresentati:

Provincia di Cuneo
Comune di Villanova Solaro
Piazza Vittorio Emanuele II
Cap 12030
tel. 0172-99333 - fax. 0172-99340
La Storia di Villanova Solaro

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Viene riprodotto in appresso il volume "Cenni storici di Villanova Solaro" la cui fotocomposizione per la stampa è stata curata da Santarosa editore di Savigliano e la stampa è stata realizzata dalla Tipografia Gengraf di Genola.
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Il webmaster

Comune di Villanova Solaro

Provincia di Cuneo

Il Sindaco e l’Amministrazione comunale ringraziano per la realizzazione di questo volumetto:

l'autore Bosio Giovanni, Brunetti Carlo, Brunetti Mario, Burgio Vito, Ferrero Maria Rosa, Garello Filippo, Gastaudo Michele, Reina Salvatore, Tasca Bruno.

Cenni storici di Villanova Solaro

Presentazione

Gentile Lettore,
un cordiale saluto a nome mio e dell’Amministrazione comunale la quale, con un gruppo di volenterosi ed appassionati, ha voluto la realizzazione di questo simpatico, quanto interessante, volumetto su Villanova Solaro.
L'idea è nata con il solo scopo di portare a conoscenza, riassumendo in poche pagine, la storia del nostro paese attraverso i secoli fino a giungere ai giorni nostri. La narrazione, accompagnata da alcune fotografie dei principali fabbricati del centro storico e dei Santuari, situati come gemme nella collana della nostra viabilità, racconta di questo bellissimo territorio con le sue campagne, tenute e coltivate con molta perizia ed amore, fonti principali dell’economia locale, fornendo, oltre a beni alimentari essenziali, legno pregiato di noce alle botteghe artigiane per la realizzazione di mobili in barocco piemontese ed arte moderna. Ci auguriamo che questo volumetto sia il primo di una serie che, con l'impegno di tutti, e specialmente dei nostri giovani sempre più preparati, raccolga i vari aspetti della storia, della tradizione e della cultura villanovese, che serva per far crescere in termini culturali e qualità di vita il nostro paese, conservando però, sempre come una volta, la semplicità e la serenità delle persone, delle nostre tradizioni ed usanze, il rispetto reciproco, la salvaguardia del territorio con i suoi valori, i sapori ed i profumi di un tempo, tutti tesori molto preziosi, rari e sempre più ricercati da tutti.

IL SINDACO BRUNETTI Secondo

Caratteristiche ambientali di Villanova Solaro

Un antico documento storico attesta che il piccolo centro agricolo di Villanova Solaro fu abitato a partire dall’undicesimo secolo e nel 1327 fu ricostituito quale “villanova” per esigenze militari, al fine di proteggere il confine con il marchesato di Saluzzo da Filippo di Savoia-Acaia. Il suo territorio, interamente pianeggiante, ha una superficie di 14,76 Kmq, confina con Moretta, Murello, Ruffia, Scarnafigi, Torre San Giorgio ed è attraversato dal torrente Varaita, sulla destra del quale sorge il concentrico. Dagli anni ‘80 è gemellato con il Comune di Montemignaio (Ar).

L’agricoltura e l’allevamento zootecnico rappresentano il principale sostegno dell’economia locale, nella quale rivestono una certa importanza anche le aziende di tipo artigianale, dedite all’estrazione della ghiaia, alla produzione di calcestruzzo ed alla fabbricazione di mobili. Per l’assistenza sanitaria Villanova Solaro - la cui popolazione si aggira sulle 800 unità - è sotto la giurisdizione dell’Asl n. 17, che dispone di tre ospedali, a Savigliano, Saluzzo e Fossano, e la vendita dei medicinali viene effettuata nella farmacia situata nella zona centrale del paese. L’educazione scolastica viene impartita presso la scuola dell’Infanzia, intitolata a Delfina Rinaudo Colonna, e presso la scuola primaria “Silvio Pellico”, famoso patriota risorgimentale di origine saluzzese, il quale scrisse a Villanova Solaro i primi capitoli de “Le mie prigioni”.

Le funzioni religiose si tengono regolarmente nella chiesa parrocchiale di San Martino, patrono del paese, e saltuariamente nella cappella campestre della Madonna della Noce, a cui è dedicata la festa della seconda domenica di settembre. Per le attività ricreative la popolazione ha a disposizione un bocciodromo, il campo da calcio ed altre strutture sportive.

Gode una grande notorietà, tra gli amanti della buona cucina, il ristorante “Castello dei Solaro”, che prende il nome dall’antico castello appartenuto ai Solaro, una famiglia dell’aristocrazia sabauda di origine astigiana, divisa in vari rami, oggi tutti estinti, tranne il ramo Solaro di Monasterolo. Il settore del credito finanziario è rappresentato da due istituti di credito: la Banca Cassa di Risparmio di Savigliano e la Banca Popolare di Novara. Un cenno a parte merita il presepe meccanico, che grazie alla passione del signor Michele Gastaudo che a partire dal 1985 ha iniziato a costruire con l’aiuto di alcuni giovani, gli “Amici del Presepe”, introducendo le prime statue in legno meccaniche che suscitano l’ammirazione dei visitatori per il perfetto dinamismo.

Oggi il presepe occupa una superficie di 100 mq. ogni anno viene inpreziosito con l’aggiunta di sempre nuovi figuranti e con la presenza di miniature raffiguranti i principali edifici del paese.

Dalle origini al Quattrocento

La prima notizia riguardante Villanova, allora chiamata di Moretta, risale al 1099, allorché Agnese, figlia del marchese Pietro di Savoia, rimasta vedova otto anni prima del conte Federico di Monthéliard, donò metà di questo luogo all’abbazia di S. Benigno di Fruttuaria. L’altra metà apparteneva a Bonifacio del Vasto, capostipite dei marchesi di Saluzzo, ereditata alla sua morte dal figlio Manfredo I e successivamente dai suoi discendenti. Nel mese di luglio del 1253, Oberto, abate di S. Benigno di Fruttuaria, con il consenso dei suoi monaci, vendette ai Solaro, per 500 lire segusine, la parte di Villanova di sua proprietà e sei anni dopo giurò fedeltà al marchese Tomaso I di Saluzzo. Costui, verso la fine del 1279, conferì ai fratelli Filippone e Corradino, orfani di Nicolò di Venasca, i beni che possedeva in valle Varaita ed a Villanova, tra cui il castello qui eretto.

A risollevare le sorti del potere sabaudo, in declino fin dalla morte della marchesa Adelaide, avvenuta nel dicembre del 1091, fu, verso la fine del secolo XIII, Filippo di Savoia, in seguito chiamato principe di Acaja, al quale lo zio Amedeo V di Savoia aveva ceduto una parte del territorio piemontese. Col proposito di sottomettere l’intera regione al dominio sabaudo, egli combatté con ardimento fino alla morte, alleandosi di volta in volta, e secondo la convenienza, coi marchesi di Saluzzo, di Monferrato e con gli Angioini. Nel 1295 i signori di Luserna gli fecero omaggio dei loro feudi e, nello stesso anno, egli acquistò dai signori di Moretta questo luogo e quello di Villanova, i cui castellani erano tenuti a far riparare a proprie spese i ponti levatoi ed i tetti dei rispettivi castelli.

Il 27 marzo del 1327, terminate dopo tre anni le trattative con Filippo di Acaja, l’abbazia di S. Benigno di Fruttuaria concesse a Villanova le terre che possedeva a Moretta ed al castellano locale assegnò il compito di ripartirle fra coloro che sarebbero venuti ad abitarci. Inoltre, elevò a parrocchia la chiesa di S. Lorenzo ed autorizzò la costruzione di una casa per l’abate. Allo scopo di mettere Villanova al riparo dalle guerre, che a quel tempo perturbavano il Piemonte, Filippo ordinò la ricostruzione del castello, fece erigere altre fortificazioni e scavare un fossato, realizzato col contributo delle città di Torino e Pinerolo. Favorì l’aumento degli abitanti abolendo il pagamento del pedaggio sul ponte del Po, presso Villafranca, rendendo libero il traffico coi paesi vicini e facendo costruire delle nuove abitazioni. Esonerò gli abitanti dall’obbligo di costituire e mantenere un esercito, salvo scendere in armi per difendere la loro terra dalle invasioni dei nemici, e gli concesse la facoltà di erigersi in Comune e di redigere i propri Statuti. Infine, stabilì che erano tenuti a pagare l’affitto dei terreni col frumento prodotto coltivandoli e potevano dedicarsi, senza pagare nessuna gabella, alla caccia di caprioli, cervi, orsi e cinghiali, che frequentavano le campagne di Villanova, ed alla pesca di trote, lucci, tinche, temoli ed anguille, che pullulavano nei torrenti, ruscelli e fossati.

Dal Cinquecento all’Ottocento

Dopo aver separato, nell’aprile del 1335, Villanova da Moretta, dovendo disporre con urgenza di un’ingente somma di denaro, Catterina di Vienne, rimasta vedova del principe Filippo di Acaja nell’anno precedente, cedette ai Falletti, al prezzo di 3.000 fiorini d’oro, il feudo di Villanova, sul quale i Marchesi di Saluzzo vantarono ancora dei diritti per alcuni anni. Nel 1384 i Falletti esentarono gli abitanti di Villanova dal pagamento di alcune gabelle e concessero loro il privilegio di non essere rinchiusi nelle segrete del castello se riscattavano con un’ammenda i reati commessi, tranne gli omicidi o i delitti. Il 28 settembre del 1422, Bartolomeo Solaro acquistò dai Falletti, al prezzo di 3.000 scudi d’oro, la quarta parte di Villanova, che prese il nome di Villanova Solaro quando, il giorno 13 del mese successivo, egli ricevette l’investitura con il consenso del duca Amedeo VIII.

La famiglia Solaro, una delle più ricche e potenti di Asti, della quale si ha notizia fin dal 1170, poiché parteggiava per i guelfi, ossia i sostenitori dell’egemonia politica del papato, era continuamente in contrasto con la fazione dei ghibellini, rappresentata dalla famiglia De Castello, comprendente Guttuari, Turchi ed Isnardi. Per questa ragione, dal 1303 al 1389 i suoi membri dovettero fuggire varie volte da Asti, dove spadroneggiarono tuttavia dal 1312 al 1339, avendo aiutato questo Comune a mettersi sotto la protezione del re Roberto d’Angiò, della quale esso si giovò per tutto questo tempo. La famiglia Solaro era divisa nei seguenti rami: i Solaro di Govone, Chieri, Mondovì, Favria, Moretta, Villanova Solaro, Monasterolo, Borgo San Dalmazzo, della Chiusa, Macello, Margarita e Stupinigi (oggi tutti estinti, tranne il ramo Solaro di Monasterolo).

Bartolomeo Solaro, nipote di Stefano, detto il Borgognone, capostipite del ramo Solaro di Villanova, morì nel 1439 e fu sepolto nella chiesa parrocchiale di questo luogo, dove riposa in eterno anche sua moglie Agnesina, sopravvissuta al marito per 24 anni. Nel 1600, in seguito all’invenzione della polvere da sparo e per l’indebolimento del feudalesimo, il castello di Villanova Solaro perse la sua importanza militare e, invece di essere rafforzato, venne progressivamente trasformato in edificio residenziale. Successivamente, la famiglia Solaro divise la proprietà del feudo con altri Signori del patriziato subalpino e, intorno al 1830, lo acquisì, con poche migliaia di lire, la comunità locale.

I villanovesi verso la fine del ‘700

Verso la fine del Settecento, prima che il Piemonte venisse occupato dalle truppe napoleoniche, nonostante un certo incremento della produzione, dovuto all’impiego di nuove tecniche agrarie ed alla coltivazione di terre rimaste sino ad allora incolte, nei paesi e nelle borgate di campagna della regione, regnava la miseria. Ne fu colpita anche la popolazione di Villanova Solaro, costituita in gran parte da lavoratori agricoli, le cui famiglie vivevano in condizioni di estrema povertà, tanto che la massaia condiva la minestra con un pizzico di sale, una sottilissima fetta di lardo e poche gocce d’olio di noci.

Per ricavarvi un po’ di denaro, i contadini vendevano ai carbonai la legna da bruciare nel caminetto; pertanto, veniva acceso soltanto nei giorni più freddi dell’inverno e, nelle altre giornate dell’anno, per cucinare le vivande usavano gli arbusti, raccolti e fatti essiccare al sole durante la bella stagione, onde renderli maggiormente combustibili.

I braccianti agricoli, alle dipendenze dei pochissimi e ricchi proprietari terrieri, lavoravano dall’alba al tramonto per un salario di 12 soldi, appena sufficiente a non lasciar morire di fame la famiglia. Questa viveva in abitazioni misere ed anguste, tanto che i figli più grandi dovevano adattarsi a dormire sui fienili d’estate e d’inverno nella stalla, riscaldata dal fiato degli animali che vi erano ricoverati. I piccoli proprietari terrieri ed i mezzadri vendevano i loro prodotti sul mercato pubblico, secondo il prezzo stabilito dalle autorità governative anziché sul libero mercato, dove essi stessi avrebbero stabilito il prezzo di vendita in base all’andamento della domanda e dell’offerta.

Onde evitare che i magazzini dove venivano raccolti i prodotti in- venduti venissero saccheggiati dalla folla affamata, l’autorità pubblica aveva disposto che venissero distribuiti alle famiglie delle comunità rurali, in proporzione al numero dei loro componenti. Se non che la disponibilità di prodotti agricoli scarseggiava ed il prezzo di vendita era as sai elevato, a causa della disfunzione delle dogane, dei pedaggi troppo esosi, dell’alto costo dei trasporti e delle notevoli difficoltà di smercio.

Nel 1789, nelle zone agricole del Piemonte vigeva ancora questo stato di cose, nonostante Carlo Emanuele III nel 1771, due anni prima di morire, avesse cercato di porvi rimedio con un editto, che esentava i contadini dall’osservare i diritti feudali acquisiti nei secoli passati dalle famiglie nobili. Contro la volontà del magnanimo sovrano, s’erano subito levate le resistenze degli appartenenti alle classi sociali dominanti, contrarie da sempre all’attuazione di una riforma dell’ordinamento sociale - posto in essere fin dai tempi lontani del Medioevo - quindi la sua lodevole iniziativa non andò a buon fine.

I Solaro di Villanova

La famiglia dei Solaro, della quale si hanno notizie fin dal 1170, era divisa in vari rami: i Solaro di Govone, Chieri, Mondovì, Favria, Moretta, Villanova Solaro, Monasterolo, Borgo San Dalmazzo, della Chiusa, Macello, Margarita, e Stupinigi, oggi tutti estinti tranne il ramo dei Solaro di Monasterolo. Ad Asti la famiglia dei Solaro di Govone, una delle famiglie più ricche e potenti della città, possedeva case, torri e palazzi, era riverita ed amata dal popolo per la sua magnificenza e liberalità e manteneva in armi trecento uomini a difesa dei suoi numerosi possedimenti.

Nel 1261, un membro della famiglia De Castello ferì gravemente Bonifacio Solaro, ma non al punto di provocarne la morte, dando tuttavia origine alla lotta tra le due famiglie, in quanto i Solaro parteggiavano per i guelfi, sostenitori dell'egemonia politica del papato; i De Castello, invece, schierati dalla parte dei ghibellini, erano fautori dell'egemonia politica dell'impero. Nel 1303 i Solaro, costretti da Giovanni di Monferrato e Manfredo IV ad allontanarsi da Asti, si stabilirono ad Alba, Chieri ed in altri territori di loro proprietà e, ritornati in patria un anno dopo, si vendicarono dei De Castello, ritenuti colpevoli dell'affronto subito da essi, mandandoli in esilio.

Alla famiglia dei Solaro appartennero uomini d'arme, politici, vescovi, cavalieri dell'Ordine Supremo della SS. Annunziata, cavalieri dell'Ordine di Malta e persino dei Santi. Nel 1394 Bartolomeo Solaro, nipote di Stefano detto il Borgognone, considerato il capostipite del ramo Solaro di Villanova, acquistò da Amedeo VIII di Savoia il castello di Caraglio per 6.000 fiorini d'oro. Alla sua morte, avvenuta nel 1439, fu seppellito nella chiesa parrocchiale di Villanova, dove la sua bellissima pietra tombale, collocata in posizione orizzontale a livello del pavimento, oggi è un po' consunta dal calpestio dei fedeli.

Nei primi anni del Cinquecento, l'abate Giovanni Bartolomeo Solaro fece costruire la splendida canonica, un gioiello dell'architettura in cotto dell'epoca, arricchì l'apparato ornamentale della Parrocchia e rese più leggiadro il castello apportando ai locali interni degli abbellimenti di gusto rinascimentale. Il 24 maggio del 1536, con i signori di Moretta, Torre S. Giorgio, Villanova Solaro e Casalgrasso, egli porse omaggio al marchese di Saluzzo, investito di tutte le terre conquistate dall'esercito di Francesco I, il quale lo ricompensò così per aver combattuto al suo fianco dopo che aveva invaso il Piemonte.

Il castello

Eretto originariamente a pianta quadrata, con gli angoli rinforzati da quattro torri sporgenti, oggi il castello di Villanova Solaro - di dimensioni poco inferiori a quello di Ivrea, fatto costruire verso il 1358 da Amedeo VI di Savoia - ha soltanto tre lati e due torri. Un tempo i sotterranei, che potevano servire come magazzini, prigioni ed albergo per le truppe, comunicavano col profondo fossato colmo d’acqua, che circondava da ogni parte il maniero difendendolo dagli attacchi del nemico. Tuttavia fu distrutto durante le guerre contro il marchese di Saluzzo e gli Angioini e Filippo d’Acaia lo fece ricostruire nel 1327, affinché gli abitanti potessero trovare scampo entro le sue mura alle scorrerie delle compagnie di ventura, che a quel tempo compivano ovunque strage e devastazione. Il 10 settembre del 1334, vedendo sopraggiungere l’avanguardia di un esercito al soldo dei nemici di Filippo, essi corsero a rifugiarsi nel castello e, dopo poco, la soldataglia, non potendo aver ragione della loro difesa, si avventò contro le case e le distrusse dandole fuoco.

Un atto redatto in latino il 22 marzo del 1475 stabilisce la divisione del castello in due parti, l’una assegnata a Giorgio Solaro, l’altra al fratello Antonio, e nomina una cappella eretta al suo interno di cui, però, si sono perse le tracce. Inoltre, nel documento i fratelli Solaro sostengono la necessità di far costruire delle colombaie sulla torre, di tenere sul portone d’ingresso una campana, tramite la quale i forestieri avrebbero annunciato il loro arrivo al castello, e di installarne una nel piccolo campanile qualora fosse stato eretto sulla torre maggiore. L’altezza delle torri del castello, troppo esposte ai tiri delle artiglierie, venne ridotta nel Cinquecento e, nel secolo successivo, venuta meno la sua potenza militare con la comparsa nelle guerre della polvere da sparo, il ponte levatoio fu smantellato e sostituito posteriormente da un ponte in muratura che scavalca il fosso. In seguito il castello, arricchito all’interno con opere d’arte d’e poca rinascimentale, divenne un luogo di delizie; le eleganti sale si animarono della gioconda vita signorile di campagna e risuonarono di festosi conviti, di concerti e di balli.

I nobili Solaro ed i loro ospiti illustri vi trascorrevano le serate in gaie conversazioni, frivole o serie, secondo il costume degli aristocratici dell’epoca, ascoltando musica da camera, recite di poesie e teatrali. La contessa Eufrasia, moglie del conte Carlo Valperga di Masino, ultima discendente della famiglia Solaro di Villanova, in quanto aveva avuto soltanto una figlia morta prima di lei a 15 anni, ebbe la ventura di ascoltare dalla viva voce di Silvio Pellico, mentre al principio del 1831 era suo ospite nel castello, la lettura dei primi capitoli delle Mie Prigioni.

Silvio Pellico

Arrestato a Milano dalla polizia austriaca il 13 ottobre 1820, sotto l’accusa di essere affiliato alla Massoneria - un’associazione che si ispirava a ideali umanitari e progressisti, apparsa in Italia nel 1730 - Pellico venne condotto al carcere di Santa Margherita. Da qui fu trasferito nelle prigioni veneziane dei Piombi, di San Michele ed infine alla rocca dello Spielberg, in Moravia, per espiare in quel lugubre ergastolo della monarchia austriaca una pena di vent’anni, di cui ne scontò soltanto dieci, grazie alla magnanimità del governo austriaco, e nel giugno del 1830 tornò dalla sua famiglia a Torino. All’abate Giordano, curato della sua parrocchia, raccontò le sofferenze della prigionia, e lui gli consigliò di scriverne la narrazione e di pubblicarla, quale alta testimonianza dell’immensa carità del Signore verso gli infelici che ricorrono alla sua grazia.

Temendo di inasprire col suo racconto le passioni politiche, che allora divampavano in Italia ed in tutta Europa, e quindi di farsi dei nemici e non trovare quel riposo fisico e spirituale cui anelava da quando aveva riacquistato la libertà, prima di dare una risposta a quel venerando ottuagenario, Pellico parlò del progetto a sua madre. Una donna non istruita, ma dotata di un intelletto infaticabile, molto devota e di animo caritatevole, la quale gli disse di pregare Dio affinché lo illuminasse; e pochi giorni dopo, Silvio le annunziò l’intenzione di scrivere il libro, ritenendo che potesse ben disporre i giovani a rispettare la religione ed a studiarla.

Nel frattempo aveva ricevuto dalla contessa Eufrasia Solaro una lettera con la quale lo invitava a trascorrere una vacanza nel suo castello di Villanova Solaro ed accettò volentieri la proposta, perché proprio in quei giorni stava cercando un luogo tranquillo dove, oltre riposare il corpo e lo spirito, cominciare la stesura delle Mie Prigioni. Dopo aver scritto i primi capitoli, li lesse alla contessa e, all’insaputa di lei, ad un vec chio del luogo cui era molto affezionato, il quale gli fece presente che la società pullulava di germi di malevolenza, e lo supplicò di tenersene lontano rimandando di dieci o quindici anni la composizione dell’opera.

Tornato a Torino, Pellico riferì il consiglio del vecchio a due altre persone e queste lo scoraggiarono ancor di più, dicendogli di condividerlo. Forse avrebbe rinunciato per sempre a questo progetto, se il conte Cesare Balbo e sua moglie non l’avessero convinto a portarlo in porto, tanto più che anche sua madre era contraria a rinviarne l’esecuzione di dieci o quindici anni.

L’istituzione dell’Ospedale S. Vincenzo Ferreri

L’8 aprile 1864, nello studio del notaio Guglielmo Mariano, a Torino, l’avvocato Emanuele Vitale, colà residente, firmò l’atto istitutivo di un Ospedale da erigersi, dopo la sua morte, a Villanova Solaro, destinato ai poveri infermi e cronici, nati e dimoranti in questo Comune ed in quelli di Cardè, Torre S. Giorgio e Cervignasco, frazione del Comune di Saluzzo. Nel documento egli stabilì che dovevano far parte del Consiglio di amministrazione dell’Istituto i sindaci di Villanova Solaro, Cardè e Torre S. Giorgio ed assegnò la carica di Presidente al più anziano di età dei suoi eredi e successori.

Lasciò la propria quota di proprietà delle cascine denominate l’una Marianna e l’altra Tetto del Bosco, situate rispettivamente nei territori di Villanova Solaro e Torre S. Giorgio, per l’acquisto di un apposito fabbricato in cui insediare l’Ospedale e ne rimandò l’apertura - ma non oltre i quattro anni - sino a quando la somma occorrente fosse stata accumulata coi redditi da esse prodotti. Infine, dispose che l’erezione dell’Ospedale non sarebbe avvenuta prima della morte del proprio fratello, cav. Cesare Vitale.

Costui, il 24 marzo 1896, consegnò al notaio Giambattista Cassinis, esercente la professione a Torino, un testamento segreto in cui destinava alla costruzione dell’Ospedale la propria quota di proprietà delle cascine Marianna e Tetto del Bosco, nonché il Castello da lui posseduto a Villanova Solaro, con gli annessi giardino, parco ed i mobili in esso esistenti. Inoltre, confermava la designazione dei tre Sindaci quali membri dell’amministrazione dell’Opera Pia e ne aggiungeva un altro nella persona del Pretore del Mandamento di cui avrebbe fatto parte il Comune di Villanova Solaro. Infine protraeva, fino a dieci anni dal giorno del suo decesso, l’apertura dell’Ospedale, per via del deprezzamento degli affitti dei fabbricati e dei fondi rurali, verificatosi dopo la redazione del testamento di suo fratello.

Nel testamento successivo, redatto in data 17 marzo 1899, in aggiunta a quello precedente, il cav. Cesare Vitale designava quale quinto membro dell’amministrazione dell’Ospedale il Pretore di Moretta - Mandamento di cui faceva parte Villanova Solaro - e stabiliva, in ottemperanza alla nuova legge sulle Opere Pie, che venissero eletti invece dei sindaci di Villanova Solaro, Torre S. Giorgio e Cardè, tre consiglieri comunali dei rispettivi Comuni. Assegnava, inoltre, all’erigendo Istituto, la somma di 25.000 lire, con cui sostenere determinati oneri di culto e di beneficenza, e voleva che fosse intitolato a San Vincenzo Ferreri, in memoria della propria madre Vincenza Vitale Bachi.

I primi 20 anni di attività dell’Ospedale

Dopo la morte del cav. Cesare Vitale, avvenuta a Quarto al Mare il 14 marzo 1906, la Congregazione di Carità di Villanova Solaro chiese all’Autorità competente l’autorizzazione ad avviare le pratiche per l’acquisizione dei beni da lui destinati all’istituzione dell’Ospedale, concessa dal Prefetto di Cuneo il 23 ottobre dello stesso anno. Ed il 7 marzo 1907 la Congregazione di Carità conferì tali beni all’Amministrazione provvisoria, costituitasi nel frattempo e rimasta in carica fino al 20 aprile 1911, composta dai signori: Pairotti Guglielmo, rappresentante degli eredi Vitale; Pulciano Melchior, ingegnere, rappresentante del Consiglio comunale di Villanova Solaro; Peiroleri Emilio, Tenente Generale, rappresentante del Consiglio comunale di Cardè; Bonino Giorgio, rappresentante del Consiglio di amministrazione di Torre S. Giorgio; Piana Giuseppe, avvocato, Pretore del Mandamento di Moretta, sostituito il 26 novembre 1908 dall’avvocato Croce Luigi.

Appena insediatasi, l’Amministrazione provvisoria ordinò l’esecuzione dei lavori di adattamento del Castello a sede dell’Ospedale - eretto in ente morale con decreto Reale il 25 settembre 1910 - la cui direzione ed il servizio di assistenza furono affidati, nel mese di luglio del 1908, a due suore della Congregazione di S. Gaetano in Pancalieri. A queste, negli anni successivi, se ne aggiunsero altre e, nel 1928, anno in cui termina il nostro racconto, erano sei le religiose che, senza l’aiuto di personale laico, sbrigavano con zelo e spirito di cristiana carità tutti i servizi interni, anche i più umili. Svolgeva il servizio sanitario, istituito il 1° gennaio 1909, il dottor Luigi Musso, ufficiale sanitario del Comune di Villanova Solaro. Nell’autunno del 1909 furono intrapresi i lavori per sistemare definitivamente, secondo il progetto dell’ingegnere Spirito Migliore di Torino, i reparti maschile e femminile, terminati due anni dopo.

Con una lettera datata 25 ottobre 1911, il Prefetto di Saluzzo sentito il parere favorevole della Commissione sanitaria provinciale che precedentemente aveva fatto un sopralluogo - approvò i lavori relativi all’installazione dei servizi igienici e sanitari ed autorizzò l’esercizio dell’Ospedale, nel quale venne poi installato un impianto per fornire la luce elettrica a tutti i locali, un impianto per estrarre dal sottosuolo, mediante un motore elettrico, l’acqua da distribuire ed utilizzare nei vari ambienti, una nuova cucina economica ed un impianto ad essa collegato per riscaldare parzialmente l’edificio. Dal 1908, anno in cui iniziò l’attività, al 31 dicembre 1927, nell’Ospedale S. Vincenzo Ferreri di Villanova Solaro gli abitanti del luogo sono stati ricoverati per 54.535 giornate, i residenti a Cardè per 44.858 giornate, i residenti a Torre S. Giorgio per 14.463 giornate, i residenti a Cervignasco per 17.094 giornate ed i residenti in altri Comuni per 7.846 giornate, per un totale complessivo di 138.796 giornate.

La Statuto dell'Ospedale “San Vincenzo Ferreri”

Lo Statuto dell'Ospedale “San Vincenzo Ferreri”, istituito in virtù dei lasciti dei fratelli Emanuele e Cesare Vitale, reca in calce la firma, apposta il 10 aprile del 1910, di: Pairotti Guglielmo (presidente); Melchior Pulciano (delegato del Comune di Villanova Solaro); Emilio Peiroleri (delegato del Comune di Cardè); Bonino Giorgio (delegato del Comune di Torre S. Giorgio); Luigi Croce (nominato dal Primo presidente della Corte d'Appello di Torino). Esso prevedeva il ricovero presso l'Ospedale, l'assistenza ed il mantenimento gratuito dei poveri infermi e cronici, nati o residenti da cinque anni nei Comuni di Villanova Solaro, Cardè,Torre San Giorgio e Cervignasco,frazione del Comune di Saluzzo.

Avevano la precedenza sugli altri coloro che versavano in gravi condizioni di salute o vivevano in miseria; non erano ammessi gli affetti da malattie mentali, né gli affetti da malattie infettive e contagiose, fino a quando l'Ospedale non avesse potuto disporre di appositi locali, conformi al Regolamento igienico e sanitario. Gli ammalati non in stato di povertà venivano ricoverati dietro pagamento di rette stabilite dal Consiglio di amministrazione che, con le rendite procurate dai lasciti e le offerte dei benefattori, costituivano la fonte di finanziamento dell'Ospedale.

Il Consiglio di amministrazione veniva convocato due volte all'anno ed in via straordinaria qualora lo richiedeva un bisogno urgente; la carica di Presidente spettava di diritto ai figli di maggiore età di Emanuele e Cesare Vitale, o a una persona di loro fiducia incaricata di rappresentarli. In mancanza di eredi maschi, la nomina del Presidente competeva alle femmine di maggiore età; in tal caso l'incarico, anziché tutta la vita, durava soltanto tre anni.

Le sedute del Consiglio erano valide se vi partecipavano almeno tre membri, compreso il Presidente, e le deliberazioni dovevano essere votate dalla maggioranza assoluta degli intervenuti. Il voto sulle questioni riguardanti le persone veniva espresso segretamente. L'amministrazione dell'Ospedale aveva la facoltà di modificare lo Statuto ed i Regolamenti, nonché di assumere, sospendere e licenziare gli impiegati ed i salariati, e doveva provvedere alla nomina di un proprio tesoriere, residente nel Comune, cui affidare il servizio di Cassa e Tesoreria, reso secondo la legge sulle Opere Pie ed il regolamento organico del personale.

L'asilo infantile

Alla morte della madre, Vincenza Vitale Bachi, i figli Emanuele e Cesare Vitale donarono la casa di loro proprietà, eretta nelle vicinanze del castello, all'Opera Pia, che la mise a disposizione del Comune, e questo, dopo averla fatta ristrutturare, vi insediò l'asilo infantile.

Nell'agosto del 1892 lo Statuto della scuola per l'infanzia, approvato a suo tempo dal principe Eugenio di Savoia-Carignano, fu modificato affinché potesse provvedere al proprio finanziamento con l'emissione di azioni acquistate da molte famiglie del luogo.

Cinque anni dopo, il barone Antonio Manno fu nominato presidente dell'amministrazione dell'asilo, di cui sua moglie, Maria Ines Asinari di Bernezzo, era membro permanente, e nei primi anni del secolo scorso venne trasferito nell'edificio dove attualmente conduce il proprio esercizio.

Il proprietario del fabbricato, Gerolamo Colonna, essendo scapolo e senza figli, prima di morire, l'aveva lasciato, tramite un atto notarile, all'Opera Pia, cui aveva espresso il desiderio che venisse intitolato a sua madre “Delfina Rinaudo Colonna”.

Oltre dallo Stato, l'asilo di Villanova Solaro riceve dei contributi dall'amministrazione regionale, provinciale e comunale, dalla Cassa di Risparmio di Saluzzo, dalla Cassa di Risparmio di Savigliano e da privati cittadini.

Per mancanza di risorse finanziarie, i lavori di ristrutturazione dei locali interni, previsti da un progetto elaborato appositamente a questo scopo, non sono ancora stati avviati; è stata rinnovata solamente la tinteggiatura esterna a spese del geometra Luigi Pairotti, in occasione di tale evento, il Consiglio comunale ha conferito al benefettore la cittadinanza onoraria, anche per il continuo interessamento verso le locali istituzioni e associazioni.

La beneficenza ai poveri

Nel suo testamento del 17 marzo 1899, il cav. Cesare Vitale aveva disposto, tra le altre cose, che in occasione degli anniversari della morte del proprio padre, della madre, del fratello, della sorella, nonché del conte Paolo Emilio Solaro di Villanova Solaro, nella chiesa parrocchiale di questo luogo venisse celebrata una solenne Messa funebre. Inoltre, aveva stabilito che, in concomitanza di ciascuna di queste ricorrenze, l'amministrazione dell'Ospedale S. Vincenzo Ferreri distribuisse ai poveri una determinata quantità di granoturco e, a tal fine, destinò la somma di lire 25.000, il cui investimento finanziario fruttava una rendita annua equivalente a circa il 5 per cento del capitale.

Nel 1917 - essendo in corso la guerra tra l'Italia e l'Impero austro ungarico - l'autorità governativa ordinò la requisizione di questo cereale, al posto del quale vennero distribuite ai poveri delle razioni di pane. L'erogazione della meliga fu ripresa a conclusione del conflitto - avvenuta il 4 novembre del 1918 - quando vennero meno i vincoli da esso imposti al libero commercio dei cereali e delle farine. Al 31 dicembre del 1927 - trascorsi vent'anni dall'avvio delle disposizioni testamentarie del cav. Cesare Vitali, deceduto a Quarto al Mare il 14 marzo 1906 - le spese a beneficio dei poveri di Villanova ammontavano a lire 25.901,28.

Per iniziativa del commendatore, ingegner Melchior Pulciano, nel 1908 l'amministrazione dell'Ospedale S. Vincenzo Ferreri, di cui egli faceva parte, iniziò la distribuzione delle minestre ai poveri, effettuata dalle suore che vi prestavano la loro opera di carità. Il servizio, fornito gratuitamente, era sostenuto finanziariamente dalle offerte in denaro o in natura devolute da privati cittadini e, dopo la morte del benemerito commendatore Pulciano, avvenuta il 20 aprile 1923, fruì del suo lascito testamentario di lire 26.000.

Nel 1928 l'amministrazione del Pio Ente deliberò l'istituzione di letti per i poveri ed, a seconda se essi ne usufruivano tutto l'anno o solo nella stagione invernale, i donatori dovevano versare rispettivamente 30.000 o 10.000 lire. Competeva ai donatori, loro eredi o successori, il diritto di assegnare i letti ai postulanti, ai quali era concesso di occuparli solamente se erano in possesso dei requisiti prescritti dallo Statuto e dalle norme di accettazione dell'Ospedale. Le offerte non destinate alla fondazione di letti venivano impiegate nel miglioramento dell'istituzione.

Chiesa parrocchiale di San Martino

La chiesa parrocchiale dedicata a San Martino - raffigurato nell'affresco soprastante il portale mentre si accinge, come vuole la leggenda, a scendere da cavallo per offrire il proprio mantello ad un mendicante incontrato nella strada - fu costruita a tre navate verso la fine del 1300. All'interno essa custodisce un coro ligneo, con decorazione a riquadri rientranti adornati da rotoli di pergamene, fabbricato presumibilmente agli inizi del Cinquecento. Risale invece agli ultimi anni di questo secolo la grande tavola che rappresenta l'“Invenzione della Santa Croce”, posta a decorazione di un altare laterale, attribuita dai competenti a Giovannangelo Dolce (1540-1606) da Savigliano, con molte figure tra cui una signora riccamente vestita, probabilmente una Solaro, insieme al nobile marito.

Un'altra preziosa opera d'arte, presente all'interno della chiesa, è il “fonte battesimale”, fatto costruire nel 1505 dall'abate Giovanni Bartolomeo e donato ad essa da Bartolomeo Solaro, il cui nome è inciso a lettere gotiche sull'orlo della tazza a forma ottagonale. Sulla fascia sottostante è scolpito lo stemma della nobile famiglia Solaro col cappello abbaziale, tra due nodi d'amore ed il simbolo delle frecce spuntate. Molto importante dal punto di vista storico, stilistico ed araldico, è la bellissima pietra tombale con scolpita la data M IIII XXXIX, riferita alla morte di Bartolomeo Solaro, nipote di Stefano detto il Borgognone, capostipite del ramo Solaro di Villanova, avvenuta appunto nel 1439. Quivi fu sepolta anche sua moglie Agnesina, spirata il 18 aprile del 1463, della quale fino a qualche tempo fa si vedeva ancora il monumento funebre.

L'8 dicembre del 2000, in occasione della festa della Madonna dell'Immacolata Concezione, il vescovo di Saluzzo, monsignore Diego Bona, consacrò l'altare di pietra - ricavato da una macina da mulino - con al centro del tavolo una targa metallica in rame, di forma circolare, opera di Michelangelo Ambroggio, con la scritta in lingua piemontese: “Nosgnor a splend crasa ant el pan”, dettata da don Michele Fusero, scomparso il 26 giugno scorso, all'età di novant'anni, presso la casa di riposo di Scarnafigi.

Era nato a S. Anna di Bagnolo nel 1916 e, dopo gli studi elementari, spinto dalla sua vocazione alla vita sacerdotale, era entrato in seminario. Ordinato sacerdote nel mese di marzo del 1941, svolse il servizio pastorale dapprima ad Elva, poi a Villanova Solaro come prevosto nella chiesa parrocchiale di S. Martino. Nel 1995, dopo averlo assolto per 41 anni, rinunciò a questo incarico, ma continuò a celebrare la Messa e ad attendere alle altre funzioni religiose. Durante la seconda guerra mondiale, don Fusero aveva aiutato le famiglie a salvare, dalle razzie dei nazifascisti, le poche cose che avevano ancora in casa, e nel 1987 pubblicò, per le edizioni “Piemonte in Bancarella”, il volume dal titolo “Parèj d'un càles”, che raccoglie una scelta di sue poesie in lingua piemontese.

La Canonica

Fu l'abate Giovanni Bartolomeo Solaro a far abbellire - al principio del Cinquecento - la Canonica di Villanova Solaro: uno dei migliori esempi dell'architettura in cotto di quell'epoca, allorché lo stile gotico piemontese incominciava a risentire l'influsso vivificante del Rinascimento. L'edificio, adiacente la chiesa parrocchiale dedicata a S. Martino, costruito su una pianta rettangolare, presenta una facciata occidentale ricca di decorazioni in cotto di gusto francesizzante ed è formato da tre piani.

Il pianterreno, un po' rialzato, coronato da una ricca cornice in cotto, con sagome cinquecentesche sporgenti e bellissime finestre quadrate di terracotta, riccamente incorniciate. Il primo piano, costituito da una galleria, ora chiusa, ad archi circolari, sostenuti da colonne in cotto, col capitello di forma ottagonale ed il piedistallo quadrato. Infine, il piano superiore, con la loggia sostenuta da colonne in cotto, con basi e capitelli di forma ottagonale, presente soprattutto nello stile gotico.

La bella porta al pianterreno, tutta decorata in cotto, col battente diviso in nove riquadri delicatamente intagliati, e nel contorno le lettere in gotico: J.B.D.S.A.P. che si interpretano: Johannes Bartholomaeus de Solario Abbas Praepositus, cioè l'addetto alla parrocchia Giovanni Bartolomeo Solaro, viene attribuita a Matteo Sanmicheli, nato verso il 1485 a Porlezza, in provincia di Como. A questo insigne scultore - del quale dopo il 1534 non si hanno più notizie -sono attribuite altre preziose sculture, tra cui la porta della Collegiata di Revello e la porta di casa Cavassa a Saluzzo.

Si entra nel cortile della Canonica dal magnifico portone carraio, riccamente decorato in cotto, riprodotto all'Esposizione di architettura retrospettiva di Torino nel 1926, in quanto è uno dei più notevoli saggi della decorazione piemontese in terracotta. Due tondi, sopra ed a fianco del grande arco a tutto sesto che copre l'apertura, portano lo stemma e Villanova Solaro - La canonica l'emblema dei Solaro. Nell'autunno del 1930 Umberto di Savoia, allora erede al trono d'Italia, visitò la Canonica insieme a Maria José del Belgio, con la quale s'era sposato nel gennaio di quell'anno, ed al podestà di Savigliano, conte Annibale Galateri, che li accompagnava, disse di non aver mai visto un antico edificio così bello architettonicamente.

Poco prima i Principi di Piemonte, giunti in carrozza a Villanova Solaro da Racconigi - dove risiedevano da alcune settimane - avevano assistito all'inaugurazione dell'ambulatorio medico dell'Ospedale di San Vincenzo Ferreri, insediato nello storico castello già appartenuto ai Principi d'Acaia. Questo maniero - aveva ricordato nel suo discorso il rag. Maggiorotti - testimone un tempo di lotte cruente, ora è rifugio di pace e casa di cura per infermi.

Il Santuario della Madonna della Noce

Tra le leggende fiorite attorno al Santuario della Madonna della Noce, eretto nella campagna a circa tre chilometri da Villanova Solaro, la più nota parla di un boscaiolo rimasto gravemente ferito all'addome mentre abbatteva un noce con l'ascia. Poiché in quei paraggi non c'era anima viva, sarebbe morto dissanguato se la Vergine, apparsa tra i rami dell'albero subito dopo che l'uomo si era infortunato, non lo avesse salvato grazie ai suoi poteri soprannaturali. Egli la ringraziò del miracolo, facendo erigere dov'era avvenuto un pilone votivo, al posto del quale i monaci di Fruttuaria Canavese costruirono la Chiesetta della Noce. Parecchi anni dopo, poiché essa si presentava in cattivo stato di conservazione, i Signori Solaro la fecero restaurare a proprie spese e, nel gennaio del 1490, le donarono dodici giornate piemontesi, affinché potesse provvedere al mantenimento di un Rettore.

Nel mese di ottobre del 1892, il Santuario della Madonna della Noce passò, grazie ai buoni uffici di due sacerdoti e dei Baroni Manno, sotto la giurisdizione della parrocchia di Villanova Solaro. Scongiurò così il pericolo di cadere nelle mani dello Stato, in quanto a quel tempo esso si stava appropriando dei beni ecclesiastici, alla sua mercé dopo l'annessione, nel 1870, dello Stato Pontificio al Regno d'Italia. Nel 1989, trascorsi centodiciotto anni dal primo importante restauro, al Santuario fu rifatto il tetto e vennero consolidate le strutture aggiunte alla parte posteriore. Furono poi piantati fiori ed aiuole davanti al sagrato e fu rimessa in funzione la pompa a mano, tramite la quale si estrae dal sottosuolo acqua fresca e buona.

Nel 1994 è stata posata una lapide a ricordo dell’inaugurazione dell’impianto d’illuminazione del Santuario, promosso e finanziato dalla generosità della signora Margherita Millone in memoria del marito Felice Miraglio.

Con la somma di 40 milioni e 600 mila lire, raccolta tramite una sottoscrizione pubblica, nel 1998 i villanovesi hanno sostenuto il costo dei lavori di restauro della decorazione interna, condotti con grande maestria dal pittore cuneese Corrado Odifreddi. Le risorse finanziarie accumulate successivamente le hanno destinate, invece, alla copertura del sagrato con “lose” di Luserna, indistruttibili dalle intemperie, alla riparazione dei banchi danneggiati dai ladri ed alla risistemazione delle tegole, onde impedire all'acqua piovana di penetrare all'interno recando dei danni.

La sera del 1° settembre 2000, in occasione dell'apertura della novena della festa della Madonna della Noce, i villanovesi raggiunsero in processione il Santuario a lei dedicato con in mano le fiaccole accese, percorrendo la stradina un po' tortuosa illuminata dai ceri collocati su entrambi i lati. Prima di indossare i paramenti sacri e celebrare la Messa, il parroco don Pietro Bocco - che nel 1998 aveva aderito col sindaco Simone Alberto, il conte Guidi, l'architetto Mario Brunetti ed altri alla sottoscrizione pubblica a favore dei restauri del Santuario - aveva benedetto il simbolo del Giubileo 2000, fabbricato da Massimo Magliocco e fissato alla grande croce eretta sul sagrato.

La famiglia Calandra

Nato a Torino nel 1818, l'avvocato Claudio Calandra è sepolto nel piccolo cimitero di Murello, dov'è morto nel 1882 e dove possedeva dei terreni agricoli ed una casa, tuttora in piedi ed in ottimo stato di conservazione. Oltre aver ricoperto la carica di sindaco di questo paese di campagna, esercitò quella di consigliere provinciale per il Mandamento di Villanova Solaro e di deputato nazionale per il Collegio di Savigliano. Animato da ideali di libertà e democrazia, a quel tempo contrastati dai governi reazionari dei vari staterelli in cui l'Italia era divisa, abbracciò la causa della libertà di stampa e di culto e propugnò - in quanto condivise su questo argomento l'opinione del famoso filosofo e giurista Cesare Beccaria (1738-1794) - l'abolizione della pena di morte. Il ricordo dei lavori per bonificare i terreni paludosi della pianura cuneese, da lui sostenuti quale ingegnere idraulico, dai quali l'agricoltura e la sanità pubblica di allora trassero dei grossi benefici, oggi è quasi del tutto svanito nella memoria collettiva.

Presso la Cascina Grossa, così denominata per le sue grandi dimensioni, situata sui confini di Villanova Solaro e Murello, Davide Calandra, morto improvvisamente a Torino nel 1915, all'età di 59 anni, ha realizzato gran parte dei calchi di gesso per preparare la matrice di fusione delle sue opere scultoree, alle quali si dedicò dopo aver seguito i corsi di scultura all'Accademia Albertina. Per una decina d'anni modellò oggetti in terracotta ed in bronzo, con cui le famiglie della borghesia torinese ornavano i loro salotti e, dopo la vincita, nel 1892, del concorso per l'erezione in Torino del monumento al principe Amedeo di Savoia, iniziò la produzione di sculture monumentali, e tra queste il Fregio per l'Aula del Parlamento italiano a Montecitorio. Il 21 giugno 1973, nella ex chiesa seicentesca di San Francesco a Savigliano, fu inaugurata la gipsoteca “Davide Calandra”, allestita con la donazione, a più riprese, dei suoi gessi da parte della moglie Luisa e della figlia Elena.

Anche Edoardo Calandra, venuto al mondo a Torino nel 1852, dove si è spento nel 1911, era molto legato a Murello, Racconigi, Villanova Solaro ed ai luoghi circostanti, teatro delle vicende storiche da lui raccontate nel romanzo La bufera, titolo che indica lo sconvolgimento provocato in Piemonte dal dilagare delle idee all'origine della rivoluzione francese del 1789. Lo scrisse nell'arco di sei anni, dal 1892 al 1898, e ne impiegò altri tredici per rifinirlo linguisticamente, come aveva fatto a suo tempo Alessandro Manzoni col suo romanzo I promessi sposi. Oltre essere il migliore dei suoi romanzi, La bufera è un'opera letteraria di lettura dilettevole, tanto da indurre lo scrittore braidese Giovanni Arpino, scomparso anni fa, ad inserirla nel 1973 in una collana di libri di carattere popolare, che curava per conto di una casa editrice torinese.

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